Scompenso cardiaco: sintomi, cause e come si tratta
Si parla di scompenso cardiaco quando il cuore non riesce più a pompare sangue in quantità sufficiente a soddisfare le richieste dell’organismo, oppure ci riesce soltanto a costo di pressioni di riempimento elevate. Non è una malattia unica ma il punto di arrivo di condizioni diverse — ipertensione, infarto, valvulopatie, aritmie protratte — ed è oggi una delle ragioni più frequenti di ricovero dopo i sessantacinque anni. La buona notizia è che si tratta di una condizione trattabile: diagnosticata per tempo e seguita correttamente, consente nella maggior parte dei casi una vita attiva.
Come si manifesta lo scompenso cardiaco
Il sintomo che compare per primo è quasi sempre il fiato corto. All’inizio si presenta solo sotto sforzo — una rampa di scale, una salita, la spesa da portare a casa — e viene facilmente attribuito all’età o allo scarso allenamento. Con il tempo la soglia si abbassa e l’affanno compare per attività che prima non costavano nulla.
Un secondo segno tipico riguarda la notte: la difficoltà a respirare da sdraiati, che costringe ad aggiungere un cuscino, e i risvegli improvvisi con la sensazione di fame d’aria, che migliorano mettendosi seduti. Molti pazienti raccontano anche una tosse secca e insistente che peggiora quando si coricano.
Poi c’è la ritenzione di liquidi: gonfiore alle caviglie e alle gambe che a fine giornata lascia l’impronta del dito, aumento della circonferenza addominale e, soprattutto, un incremento rapido del peso corporeo — due o tre chili in pochi giorni — che non dipende da ciò che si mangia. A completare il quadro si aggiungono stanchezza sproporzionata, ridotta tolleranza allo sforzo, inappetenza e necessità di urinare più volte durante la notte.
Quando non aspettare
Un affanno da sforzo comparso da qualche settimana, un gonfiore alle caviglie che non regredisce o un aumento di peso inspiegabile meritano una valutazione cardiologica programmata, senza allarmismi ma senza rimandare.
Diventano invece urgenti l’affanno importante a riposo o che impedisce di restare sdraiati, il dolore toracico, la comparsa di labbra o dita bluastre, la confusione, lo svenimento e un battito molto rapido che non rientra. In queste situazioni si va in pronto soccorso.
Perché il cuore si scompensa
Nella maggior parte dei casi c’è una causa identificabile, e riconoscerla cambia la terapia. L’ipertensione arteriosa non controllata per anni costringe il ventricolo sinistro a un lavoro eccessivo e ne irrigidisce le pareti. L’infarto miocardico lascia un’area di muscolo non più contrattile e riduce la capacità di pompa. Le valvulopatie, in particolare la stenosi aortica e l’insufficienza mitralica, sovraccaricano il cuore in modo cronico.
Un capitolo a parte riguarda le aritmie. Una fibrillazione atriale o un flutter atriale con frequenza elevata mantenuti per mesi possono indebolire il ventricolo, dando origine a una forma di scompenso che spesso migliora in modo sorprendente quando il ritmo viene ripristinato o la frequenza viene controllata. Vanno poi considerate le cardiomiopatie dilatative e ipertrofiche, anche su base genetica, le miocarditi, il diabete, l’abuso cronico di alcol, alcune chemioterapie e le apnee ostruttive del sonno.
Come si arriva alla diagnosi
Il percorso parte dalla visita cardiologica, con l’ascolto della storia clinica e l’esame obiettivo: auscultazione del cuore e dei polmoni, valutazione delle vene giugulari, ricerca degli edemi. Già in questa fase è spesso possibile orientare il sospetto.
L’esame chiave è l’ecocolordoppler cardiaco, che misura le dimensioni delle camere, lo spessore delle pareti, lo stato delle valvole e soprattutto la frazione di eiezione, cioè la percentuale di sangue che il ventricolo sinistro espelle a ogni battito. Su questo parametro si distinguono le forme a funzione contrattile ridotta da quelle a funzione conservata, in cui il problema non è la forza di contrazione ma la capacità del ventricolo di rilasciarsi e riempirsi.
Completano il quadro l’elettrocardiogramma, che documenta il ritmo, gli eventuali segni di pregresso infarto e i disturbi della conduzione come il blocco di branca sinistra; il dosaggio dei peptidi natriuretici BNP o NT-proBNP, che aumentano quando il cuore è sotto tensione e sono molto utili anche per escludere la diagnosi; gli esami del sangue con funzione renale, elettroliti, emocromo, glicemia, assetto lipidico e tiroide; e, quando serve, l’Holter, il test da sforzo o esami di imaging di secondo livello.
Come si tratta lo scompenso cardiaco
La terapia dello scompenso cardiaco è cambiata profondamente negli ultimi anni e oggi poggia su una combinazione di farmaci che, assunti insieme e a dosi adeguate, migliorano i sintomi, riducono i ricoveri e allungano la vita. Nelle forme a frazione di eiezione ridotta si utilizzano abitualmente quattro classi: i farmaci che agiscono sul sistema renina-angiotensina, i betabloccanti, gli antagonisti del recettore dei mineralcorticoidi e gli inibitori del cotrasportatore sodio-glucosio. I diuretici si aggiungono per controllare la congestione e alleviare l’affanno e il gonfiore, ma non sostituiscono gli altri farmaci: agiscono sui sintomi, non sulla prognosi.
Accanto ai farmaci c’è il trattamento della causa: correggere l’ipertensione, rivascolarizzare quando indicato, riparare o sostituire una valvola, ripristinare il ritmo sinusale o controllare la frequenza in caso di fibrillazione o flutter atriale, trattare le apnee notturne, sospendere l’alcol.
In una parte dei pazienti trova indicazione la terapia con dispositivi. Il defibrillatore impiantabile protegge dalle aritmie ventricolari maligne nei soggetti a rischio elevato di morte improvvisa; la terapia di resincronizzazione cardiaca, attraverso uno stimolatore che fa contrarre in modo coordinato i due ventricoli, è indicata quando alla riduzione della funzione contrattile si associa un ritardo di conduzione, e in molti casi migliora sia i sintomi sia la funzione del cuore. La scelta e la successiva programmazione di questi dispositivi sono compito dell’elettrofisiologo, e i controlli periodici servono proprio a mantenerne l’efficacia nel tempo.
Convivere con lo scompenso cardiaco
La gestione quotidiana pesa quanto la terapia. Il gesto più utile è anche il più semplice: pesarsi ogni mattina, a digiuno e dopo aver urinato, sempre con la stessa bilancia, e segnalare al medico un aumento di due chili in due o tre giorni, perché anticipa la congestione prima che compaia l’affanno.
Aiutano poi la moderazione del sale, il controllo della quantità di liquidi quando il cardiologo lo prescrive, l’attività fisica regolare e adeguata alle proprie condizioni — camminare è un ottimo punto di partenza, l’immobilità peggiora la situazione —, l’astensione dal fumo e la forte riduzione dell’alcol, il controllo di pressione, glicemia e peso, le vaccinazioni antinfluenzale e antipneumococcica e l’attenzione agli antinfiammatori da banco, che possono favorire la ritenzione di liquidi.
La terapia va assunta con regolarità e non va mai sospesa di propria iniziativa, nemmeno quando ci si sente bene: sentirsi bene è, il più delle volte, il segno che sta funzionando.
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Dott. Vito Albergo — Cardiologo, Aritmologo, Elettrofisiologo
Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce le indicazioni del medico.