Fibrillazione atriale: sintomi, rischi e come si tratta

Il cuore, normalmente, batte con un ritmo regolare dettato da un unico centro di comando. Nella fibrillazione atriale quest’ordine si perde: gli atri smettono di contrarsi in modo coordinato e iniziano a vibrare in maniera caotica, con centinaia di impulsi al minuto che raggiungono i ventricoli in modo del tutto irregolare. È l’aritmia più frequente nella popolazione adulta, diventa sempre più comune con l’età ed è uno dei motivi principali per cui ci si rivolge a un cardiologo aritmologo.

Come si manifesta la fibrillazione atriale

Il sintomo tipico è il cardiopalmo: la sensazione di un battito rapido e irregolare, che sembra andare per conto proprio e che può durare pochi minuti oppure ore. Molti pazienti lo descrivono come un tremolio nel petto, altri come un battito che perde un colpo e poi riparte di scatto.

Accanto al cardiopalmo compaiono spesso stanchezza sproporzionata allo sforzo, fiato corto salendo le scale, ridotta tolleranza all’attività fisica, senso di oppressione al torace, capogiri e, più raramente, svenimento. Alcune persone si accorgono dell’aritmia soltanto perché il polso è irregolare o perché il misuratore automatico della pressione segnala un ritmo anomalo.

C’è però un punto che va detto con chiarezza: in una quota non trascurabile di casi la fibrillazione atriale è del tutto silenziosa e viene scoperta per caso, durante un elettrocardiogramma eseguito per altri motivi. L’assenza di sintomi non significa assenza di rischio.

Perché non va sottovalutata

Il problema principale non è il fastidio del battito irregolare, ma ciò che accade dentro gli atri. Quando la contrazione atriale si perde il sangue tende a ristagnare, in particolare in una piccola sacca dell’atrio sinistro chiamata auricola, e può formarsi un coagulo. Se quel coagulo si stacca e raggiunge il cervello provoca un ictus: la fibrillazione atriale è responsabile di una quota rilevante degli ictus ischemici, spesso tra i più gravi.

C’è poi un secondo effetto, più lento e meno visibile: una frequenza cardiaca elevata mantenuta per mesi affatica il muscolo cardiaco e può ridurne la capacità contrattile, favorendo lo scompenso. Entrambi i rischi sono in larga parte prevenibili, ed è esattamente questa la ragione per cui una diagnosi tempestiva fa la differenza.

Quando non aspettare

Un singolo episodio di cardiopalmo in una persona giovane e in buona salute merita una valutazione cardiologica, ma non è un’emergenza. Diventano invece urgenti il dolore toracico, l’affanno importante anche a riposo, lo svenimento, la comparsa improvvisa di debolezza a un braccio o a una gamba, di difficoltà a parlare o di asimmetria del volto, e un battito molto rapido che non rientra. In queste situazioni si va in pronto soccorso.

Come si arriva alla diagnosi

L’esame che dà la certezza è l’elettrocardiogramma: durante l’episodio il tracciato mostra la scomparsa della normale attivazione atriale e intervalli tra un battito e l’altro completamente irregolari. La difficoltà è che all’inizio la fibrillazione atriale è quasi sempre parossistica, va e viene, e un ECG di pochi secondi può cadere proprio in un momento di ritmo normale.

Per questo si ricorre al monitoraggio prolungato: l’Holter delle ventiquattro ore o di più giorni quando gli episodi sono frequenti, il loop recorder sottocutaneo quando sono rari ma il sospetto resta forte, per esempio dopo una sincope o un ictus rimasto senza spiegazione. A completare il quadro servono quasi sempre l’ecocolordoppler cardiaco, che misura le dimensioni dell’atrio sinistro, la funzione del ventricolo e lo stato delle valvole, e alcuni esami del sangue mirati, tiroide compresa.

Come si tratta la fibrillazione atriale

La terapia poggia su tre pilastri. Il primo, e il più importante, è la prevenzione dell’ictus: sulla base di un punteggio di rischio che considera età, pressione, diabete, scompenso e precedenti eventi cerebrovascolari si valuta l’indicazione alla terapia anticoagulante. È bene sapere che, in questa condizione, l’aspirina non è un sostituto dell’anticoagulante.

Il secondo pilastro riguarda il ritmo. In alcuni pazienti si sceglie di riportare e mantenere il cuore in ritmo sinusale, con farmaci antiaritmici, con la cardioversione elettrica o con l’ablazione transcatetere, la procedura che isola le vene polmonari da cui partono gli impulsi anomali. In altri, soprattutto quando l’aritmia è presente da tempo ed è ben tollerata, si preferisce accettarla e controllarne la frequenza con farmaci che rallentano la conduzione.

Il terzo pilastro è il trattamento di ciò che alimenta l’aritmia: ipertensione, apnee notturne, sovrappeso, disfunzione tiroidea, consumo eccessivo di alcol. Trascurare questi fattori significa vedere la fibrillazione tornare, qualunque sia la strategia scelta.

Convivere con la fibrillazione atriale

Chi ha una fibrillazione atriale ben gestita conduce una vita normale, lavora e pratica attività fisica. Aiutano il controllo regolare della pressione, la riduzione di alcol e caffeina quando peggiorano gli episodi, il calo di peso dove necessario, il trattamento del russamento con pause respiratorie nel sonno e l’assunzione puntuale della terapia, che non va mai sospesa di propria iniziativa. Annotare data, durata e circostanze degli episodi è poi di grande aiuto al cardiologo nel decidere la strategia migliore.

Se ti è stata riscontrata una fibrillazione atriale o se avverti un battito irregolare che non sai spiegare, puoi prenotare una visita: il Dott. Vito Albergo riceve a Bari e provincia ed effettua visite cardiologiche a domicilio, una possibilità pensata per chi ha difficoltà a spostarsi.

Dott. Vito Albergo — Cardiologo, Aritmologo, Elettrofisiologo

Questo articolo ha finalità informative e non sostituisce le indicazioni del medico.

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